Il procuratore generale Nino Gatto: «Il mondo dell'imputato era quello dei mafiosi»
L’imputato Marcello Dell’Utri, l’uomo a cui il premier Berlusconi deve molto, forse troppo, è in attesa della sentenza d’appello dei giudici di Palermo. Il senatore era stato condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Da ieri i giudici del processo sono in camera di consiglio, e la sentenza è attesa fra oggi e domani. Il procuratore generale Nino Gatto, nell’ultima udienza prima della camera di consiglio, ha replicato alle arringhe della difesa. A conclusione della sua replica, rivolgendosi ai giudici, ha dichiarato: «Non vorrei essere nei vostri panni: dovete prendere una decisione che è veramente storica, non solo dal punto di vista della storia giudiziaria, ma che attiene alla storia del nostro Paese. Voi potete contribuire alla costruzione di un gradino, salito il quale forse, e ripeto forse, si potranno percorrere altri scalini che potranno fare accertare le responsabilità che hanno insanguinato il nostro Paese. Oppure lo potete distruggere questo gradino».
Nel corso della stessa replica, il pg Nino Gatto aveva sostenuto che «A Dell’Utri non vengono contestati i caffè, svariati, presi con il mafioso Gaetano Cinà o il pranzo con Vittorio Mangano, ma il significato di questi incontri. Se io bazzico con avvocati e magistrati ciò avviene perchè questo è il mio mondo. Il mio campo. Se io bazzico con mafiosi come Virga, i Graviano, Bontade, Teresi bisogna chiedersi quale sia il mio mondo. Ognuno risponda come crede ma con razionalità». Gatto ha poi proseguito: «Si dice che questo sia il processo dei pentiti. E dove le mettiamo allora le testimonianze, i documenti, gli interrogatori, le intercettazioni? I difensori sostengono che tutte le dichiarazioni dei pentiti siano successive al 1994, successive quindi alla discesa in politica di Silvio Berlusconi e alle notizie di stampa sulle indagini a suo carico. Ma a questo punto si dovrebbe dimostrare che i pentiti hanno iniziato a collaborare prima del 1994 e a parlare di Berlusconi e dell’Utri dopo questa data, ma questo non è mai stato dimostrato».
Sull’incontro che si sarebbe tenuto a Milano nell’autunno del 1974, smentito dalla difesa, tra Dell’Utri e i mafiosi Stefano Bontade, Mimmo Teresi, Vittorio Mangano e Francesco Di Carlo, oggi pentito, il pg ha detto: «non c’è nessuna documentazione che Bontade fosse, come dicono gli avvocati, ricoverato in quel periodo a Villa Serena a Palermo e costretto in un busto di gesso. Così come non c’è dimostrazione che Mangano non fosse a Milano». In quanto a Spatuzza il pg ha ribadito che era stata la stessa difesa a definirlo “attendibile”, quando lo aveva indicato come autore di stragi e omicidi.
Il pg, nei mesi scorsi, aveva chiesto per Dell’Utri la condanna a 11 anni. Al termine della sua requisitoria ebbe a dichiarare: «Sono anch’io magistrato come voi. La nostra è una responsabilità che attiene al nostro modo di essere giudici. Non ci si può fermare alla rapinetta: è il potere qui, che viene processato, non possiamo sottrarci al giudizio. È il potere che ha cercato di sfuggire al processo».
Gli italiani onesti attendono con fiducia la sentenza, ma temono le possibili reazioni del potere messo così pesantemente sott’accusa.
L’Italia è una repubblica di carta bagnata nel sangue.
Nel corso della stessa replica, il pg Nino Gatto aveva sostenuto che «A Dell’Utri non vengono contestati i caffè, svariati, presi con il mafioso Gaetano Cinà o il pranzo con Vittorio Mangano, ma il significato di questi incontri. Se io bazzico con avvocati e magistrati ciò avviene perchè questo è il mio mondo. Il mio campo. Se io bazzico con mafiosi come Virga, i Graviano, Bontade, Teresi bisogna chiedersi quale sia il mio mondo. Ognuno risponda come crede ma con razionalità». Gatto ha poi proseguito: «Si dice che questo sia il processo dei pentiti. E dove le mettiamo allora le testimonianze, i documenti, gli interrogatori, le intercettazioni? I difensori sostengono che tutte le dichiarazioni dei pentiti siano successive al 1994, successive quindi alla discesa in politica di Silvio Berlusconi e alle notizie di stampa sulle indagini a suo carico. Ma a questo punto si dovrebbe dimostrare che i pentiti hanno iniziato a collaborare prima del 1994 e a parlare di Berlusconi e dell’Utri dopo questa data, ma questo non è mai stato dimostrato».
Sull’incontro che si sarebbe tenuto a Milano nell’autunno del 1974, smentito dalla difesa, tra Dell’Utri e i mafiosi Stefano Bontade, Mimmo Teresi, Vittorio Mangano e Francesco Di Carlo, oggi pentito, il pg ha detto: «non c’è nessuna documentazione che Bontade fosse, come dicono gli avvocati, ricoverato in quel periodo a Villa Serena a Palermo e costretto in un busto di gesso. Così come non c’è dimostrazione che Mangano non fosse a Milano». In quanto a Spatuzza il pg ha ribadito che era stata la stessa difesa a definirlo “attendibile”, quando lo aveva indicato come autore di stragi e omicidi.
Il pg, nei mesi scorsi, aveva chiesto per Dell’Utri la condanna a 11 anni. Al termine della sua requisitoria ebbe a dichiarare: «Sono anch’io magistrato come voi. La nostra è una responsabilità che attiene al nostro modo di essere giudici. Non ci si può fermare alla rapinetta: è il potere qui, che viene processato, non possiamo sottrarci al giudizio. È il potere che ha cercato di sfuggire al processo».
Gli italiani onesti attendono con fiducia la sentenza, ma temono le possibili reazioni del potere messo così pesantemente sott’accusa.
L’Italia è una repubblica di carta bagnata nel sangue.

0 commenti:
Posta un commento