giovedì 3 giugno 2010

Il "Tiranno d'Italia", archetipo del potere autoritario

Il “Tiranno d'Italia” è divorato da un appetito di potenza senza limiti. La sua ascesi è stata inarrestabile. L’uso spregiudicato del potere ha garantito a sé e alla sua delinquente brigata ogni maggior comodità e sicurezza e impunità. Non sopportando nessuno accanto o sopra di sé, ha preferito i servi voraci e adulatori agli amici, in realtà possibili rivali e concorrenti. Conoscitori, quest’ultimi, dei limiti e difetti che lo inchiodano alla sua dimensione reale, avrebbero sgonfiato il mito che voleva costruire sul proprio conto, pronti a soppiantarlo dopo aver percorso al suo fianco la stessa strada. Ha intimidito, minacciato, corrotto, barato, mentito, tradito. Ha dominato col far tremare gli altri, ma ora che arretra il suo consenso nel paese il “Tiranno” vive nella paura, e semina vento, tempesta, distruzione. Ma “finché un conquistatore riesce – scriveva Cioran – finché avanza, può permettersi qualsiasi misfatto; l’opinione pubblica lo assolve; non appena la fortuna lo abbandona, il minimo errore si volge contro di lui. Tutto dipende dal momento in cui si uccide: il crimine in piena gloria consolida l’autorità con la paura sacra che ispira. L’arte di farsi temere e rispettare equivale al senso dell’opportunità. Mussolini il prototipo del despota maldestro o sfortunato, divenne crudele quando il suo crollo era ormai manifesto e il suo prestigio offuscato”.
Domenico Condito
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