martedì 22 giugno 2010

Lettera aperta al Card. Crescenzio Sepe indagato per corruzione aggravata

Eminenza,

so che si appresta a collaborare con la giustizia italiana, e che intende rispondere alle domande dei magistrati della procura di Perugia che indagano su di Lei per corruzione. Temo, però, che la posizione ufficiale della Santa Sede, espressa dal portavoce padre Federico Lombardi, abbia generato nell’opinione pubblica il sospetto che la Sua disponibilità possa essere solo parziale, più attenta a tutelare l’immagine delle istituzioni ecclesiastiche, che non a contribuire al pieno accertamento della verità. Perché appellarsi altrimenti al rispetto del Concordato, precisando che la Sua collaborazione si svolgerà nei “limiti” previsti dagli accordi stipulati fra la Chiesa e lo Stato italiano? Avendo Lei, Eminenza, un passaporto diplomatico, il richiamo al Concordato ostacolerà, di fatto, l’azione dei magistrati. Né Lei personalmente né la sua abitazione potranno essere sottoposti a misure di giurisdizione, e i suoi documenti non potranno essere sequestrati. Salvo esplicita richiesta da parte Sua. Naturalmente è del tutto legittimo che la Chiesa chieda il rispetto “degli aspetti procedurali e dei profili giurisdizionali impliciti nei corretti rapporti fra Santa Sede e Italia, che siano eventualmente connessi a questa vicenda”. Esiste, però, una questione di opportunità pastorale ed evangelica che dovrebbe suggerirle la rinuncia a ogni privilegio davanti alla legge. Per un uomo di Chiesa come Lei, al di sopra del Concordato dovrebbe stare il Vangelo, che non ammette deroghe alla verità: “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Mt 5, 37). Le basti, sia questa la Sua strategia difensiva, la sola compatibile con la dignità di un Principe della Chiesa.
Le lascio, a seguire, alcune riflessioni di Léon Bloy che, ne sono certo, non mancheranno di suscitare in Lei qualche disappunto. Ma sono pensieri che attraversano le coscienze di tanti cattolici, che sognano ancora una Chiesa non collusa con il potere, ma piuttosto “pietra di scandalo” e “presenza profetica” nel segno della speranza del Vangelo. Ne faccia buon uso, soprattutto il giorno in cui si troverà a rispondere alle domande dei magistrati di Perugia. Scelga se continuare a essere un “prete mondano” contiguo al potere, o un “prete povero” con gli occhi rivolti unicamente al Cristo crocifisso.
In tanti continueremo a pregare per la conversione dei peccatori, il perdono dei peccati e la santificazione della Chiesa, e mi creda, Eminenza, Lei avrà un posto speciale nelle nostre preghiere. Abbia fede!

Distinti saluti.

Domenico Condito
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I PRETI MONDANI
di Léon Bloy
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«Ne occorrono almeno dieci per fare una dozzina», dicono i mercanti di maiali. Cinquanta preti mondani non farebbero, in tutto, neppure un Giuda, un Giuda che restituisce il denaro e che s’impicca per disperazione. Quei preti sono realmente spaventosi. Per merito loro il ricco è reso solido, come il cristallo con l’acido solforico.
Il prete mondano dice al ricco: «In mezzo a voi ci saranno sempre dei poveri», abusando, per essere ancora più dannato, della parola stessa di Gesù Cristo. I poveri sono necessari e, se non ce ne fossero abbastanza, bisognerebbe crearne. «Felici i poveri» sta anche scritto. Moltiplicandoli, moltiplicherete il numero dei beati. E poiché l’esempio conferisce forza al precetto, è bene che quegli apostoli siano ricchi essi stessi, o che lo divengano per mezzo del loro insegnamento o del loro prestar servizio presso i milionari.
Gesù è sull’altare, nel suo tabernacolo. Che ci resti. Noi, i suoi ministri, abbiamo i nostri affari, consistenti nell’arraffare denaro con tutti i mezzi compatibili o incompatibili con la dignità della nostra sottana. I poveri devono rassegnarsi. Dio manda il freddo secondo i panni che uno possiede. Anche i ricchi devono rassegnarsi. Ognuno ha il proprio fardello. Sarebbe ingiusto e irragionevole pretendere che assumano il fardello dei poveri, opprimendoli con il proprio.
Se avete dei milioni, fratello carissimo, si tratta di denaro che la saggezza divina vi ha affidato in deposito. Dovete conservarli intatti per i vostri figli, e farli fruttare, per quanto possibile, con investimenti giudiziosi che il cielo non mancherà di benedire, se vi guardate con cura dagli slanci temerari di una carità irragionevole. Quinque alia quinque. Cento per cento, come nella parabola dei talenti. E’ il tasso d’interesse della virtù. Ma vi guideremo noi, ben volentieri, noi che abbiamo molte canne ai nostri organi. Se, per mancanza di fede, gli affari che noi vi consiglieremo non daranno buon esito, avrete almeno la consolazione di sapere che non restano mai senza ricompensa per quelli, fra noi, che sanno sgrassare il brodo.
(…)
Il prete mondano è infinitamente prezioso per i ricchi. In sua compagnia non c’è rischio di annoiarsi neppure per un minuto. Qualunque cosa si faccia, la salvezza è garantita. Basta dirigere l’intenzione. Tutto qui. Ubriacatevi con l’intenzione di essere sobri. Fornicate con slanci di purezza. Siate adulteri, se necessario, per apprezzare meglio la gioia di essere fedeli, eccetera. Felix culpa. Ovviamente questo catechismo non si addice ai poveri, che ne farebbero un cattivo uso e che devono, in ogni caso, essere scannati per il loro sommo bene. Il povero, se è cristiano praticante – il che difficilmente può essere ammesso – ha il dovere di digiunare esattamente nei giorni prescritti e magari tutti i giorni dell’anno, senza interruzione. Il cristiano ricco, invece, è un eroe e perfino un martire se sostituisce il tacchino tartufato con la gallinella d’acqua o la trota salmonata in tempo di quaresima, e l’abate mondano condivide volentieri la sua astinenza. Quante altre cose ancora! Ma chi può dire tutto? Al cospetto di Dio e al cospetto degli uomini, soprattutto al cospetto degli uomini, l’essenziale è la linea di demarcazione e i signori preti mondani la tracciano con un dito così luminoso e non meno inesorabile di quello di Mosè mentre scrive il Decalogo sulle Due Tavole di pietra.
Resta da vedere se quei legislatori «parlano a Dio a tu per tu, come un amico parla a un amico». C’è da temere, oserei dire, che la questione sia ancora irrisolta. In verità, c’è da temerlo davvero. Per quanto si possa adorare la ricchezza, resta comunque un tenace pregiudizio che milita con ostinazione a favore della povertà. E’ come se la modestissima lancia che trafisse Gesù avesse trafitto tutti i cuori. Questa piaga non si rimargina da venti secoli. Ci sono gli infiniti oppressi, donne, vecchi, bambini; ci sono i vivi e i morti. Tutto questo popolo sanguina, tutta questa moltitudine fa zampillare sangue e acqua in mezzo alla Croce di miseria, in Oriente, in Occidente, in ogni parte del mondo, sotto il dominio di tutti i carnefici, sotto tutti i flagelli, nelle tempeste degli uomini e nelle tempeste della natura – da così tanto tempo! E’ la povertà, l’immensa povertà del mondo, la totale, l’universale povertà di Gesù Cristo! Tutto questo deve pur contare qualcosa e deve pur avere il suo riscatto!
Ci sono anche i preti che non appartengono al mondo, i preti poveri o i poveri preti, chiamateli come volete, i quali non sanno che cosa significa non essere poveri, avendo sempre visto solo il Cristo crocifisso. Per costoro non esistono né ricchi né poveri; esistono unicamente i ciechi, in numero infinito, e un piccolo gregge di chiaroveggenti di cui essi sono gli umili pastori. Come gli Ebrei di Gessen, essi sono uniti, soli nella luce, in mezzo alle palpabili tenebre del vecchio Egitto. Quando tendono le mani per pregare, l’estremità delle loro dita tocca le tenebre.
Intorno a loro, un oceano di anime «nei recinti della notte, si sono coricate sotto tetti di tenebre, fuggiasche della perpetua Provvidenza, disperse sotto un oscuro velo di oblio, orribilmente spaventate. La caverna stessa dove sono ospitate le custodisce con timore… Nessun fuoco ha la forza di dare loro la luce, e le fiamme chiare delle stelle non sono in grado di rischiarare la loro orribile notte… Poiché coloro che promettevano di scacciare le paure e i turbamenti delle anime languenti, con scherno languiscono essi stessi, pieni di terrore…».
I preti mondani, quelli che la Vergine delle Sette Spade ha chiamato con la sua bocca «cloache d’impurità», li odiano e li disprezzano, necessariamente, dal fondo della loro notte. Li ingiuriano, finché possono, li calunniano, li fanno interdire, li spingono alla fame, sforzandosi di catturarli nella nera rete della propria cecità, lapidandoli ciecamente con i propri escrementi. Ma, per parlare come Dante, i poveri «si nascondono nella luce».
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Léon Bloy, Il sangue del povero, a cura di Giancarlo Pavanello , SE Studio Editoriale, Milano 1987, pp. 47-50.

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