mercoledì 30 giugno 2010

Marcello Dell’Utri definisce Mangano un eroe

E’ l’elogio di un senatore della Repubblica a un mafioso pluriomicida, uno “sputo in faccia” al paese. Le parole di Paolo Borsellino sullo “stalliere di Arcore”.

“Non esiste difetto che, alla lunga, in una società corrotta, non diventi pregio; né vizio che la convenzione non riesca ad elevare a virtù”. Una riflessione amara, ma ancora attuale, quella di Corrado Alvaro, che rappresenta bene il sovvertimento dei valori che sta corrompendo oggi il paese. Un paese al rovescio, il nostro, dove il premier Berlusconi indica al pubblico ludibrio lo scrittore Roberto Saviano, mentre si compiace di avere fra i suoi amici e collaboratori più fidati Marcello Dell’Utri, condannato ieri in appello per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma il premier fa scuola, e sono stati in tanti, all’interno del Pdl, ad essersi felicitati con Dell’Utri per la condanna a “soli” 7 anni di galera inflittagli dalla Corte d’Appello di Palermo. Un giorno ideale, dunque, per festeggiare e commemorare il boss mafioso Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore. Ieri, nel corso di una conferenza stampa, per l’ennesima volta Dell’Utri ha definito Mangano “un eroe, il mio eroe”, perché, a suo dire, pur essendo malato terminale di tumore e in carcere, si rifiutò di rilasciare dichiarazioni contro Berlusconi o lo stesso Dell'Utri. Giudizio, peraltro, condiviso da Silvio Berlusconi, che si espresse negli stessi termini il 9 aprile 2008, durante la trasmissione televisiva Omnibus su La7.
Ma chi era Vittorio Mangano? Un criminale pluriomicida legato a Cosa Nostra che subì condanne per traffico di stupefacenti, estorsione, e al quale fu comminata la pena dell’ergastolo per il duplice omicidio di Giuseppe Pecoraro e Giovambattista Romano. Lo conosceva bene Paolo Borsellino, che nel 1992, due mesi prima di essere assassinato con la sua scorta in Via D’Amelio, rilasciò un'intervista sui rapporti tra mafia, affari e politica. In quell’occasione dichiarò che Mangano era "uno di quei personaggi che ecco erano i ponti, le teste di ponte dell'organizzazione mafiosa nel Nord Italia". Ecco chi era l’uomo glorificato da Marcello Dell’Utri. E che dire di quest'ultimo? Cofondatore di Forza Italia, senatore della Repubblica, associato alla mafia, secondo la Corte d’Appello di Palermo, fino al 1992. Un personaggio chiave, dunque, per leggere la storia della seconda Repubblica fin dai suoi albori e comprendere gli aspetti più oscuri del sistema di potere che si è "impadronito" del paese.
La "riabilitazione" di Mangano avviene nel paese che fu di Falcone e Borsellino, la cui memoria è offesa da uomini senza onore né scrupoli, che impunemente possono rendere omaggio a un mafioso pluriomicida, senza che nessuna autorità morale o istituzionale intervenga per tacitarli. Una tragedia oscena, uno “sputo in faccia” all'Italia, alle sue Istituzioni e a tutte quelle famiglie che piangono i loro cari caduti per mano della mafia. Sono uomini con quattro palmi di pelo sullo stomaco, lontani dall’etica pubblica e privi di senso dello Stato: la degradazione eretta a governo del paese. In qualsiasi altra democrazia occidentale, dopo la declamazione dell’elogio di Mangano, sarebbero stati mandati a casa a “calci in culo" (da leggersi nel senso della metafora politica!). In Italia, invece, anomalia unica al mondo, hanno in mano le sorti del paese. Una catastrofe etica, culturale e politica che sta coprendo d’ignominia l’Italia nel mondo intero.

Domenico Condito

Falcone e Borsellino
Sono loro i nostri eroi

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